21.1.05
Giovanni Leghissa, Il dio mortale. Ipotesi sulla religiosità moderna,
Giovanni Leghissa, Il dio mortale. Ipotesi sulla religiosità moderna, con una postfazione di Gianni Vattimo, Medusa, Milano 2004, pp. 310,
Nella tarda modernità, in quanto fase terminale del nichilismo, è ancora possibile avere accesso a una qualche forma di esperienza religiosa? È attorno a questa domanda di fondo che ruotano le riflessioni contenute in questo libro. Una prima risposta potrebbe essere quella che ci viene suggerita da Nietzsche: gli umani che hanno sperimentato la morte di dio e che non si sono ritratti dinanzi all'esperienza abissale da essa inaugurata possono divenire dèi, non perché ingenuamente desiderosi di sostituirsi a dio, ma perché capaci di custodire la finitezza che li costituisce e li fissa alla terrestrità - e possono così assumere i tratti di un "dio mortale" (definizione dell'uomo, questa, che si ritrova già nell'Asclepius, un testo ermetico del II secolo). Individuare nella proposta di Nietzsche il luogo in cui trovare risposte alle domande usuali sul senso della vita (Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Perché vivere?) comporta però un azzardo e un rischio che forse rimangono ancora inassumibili. Di fronte a questa difficoltà vale allora la pena esplorare altri percorsi. In autori come Derrida e Lévinas sono temi come l'alterità e la giustizia al di là della legge a costituire il centro di una riflessione che curva l'esperienza religiosa verso il luogo dell'etica. Con esiti però assai diversi: mentre in Derrida essere ospitali verso il desiderio di giustizia (che è certo più antico della modernità) non viene disgiunto dal mantenimento di una distanza critica verso la tradizione, in Lévinas (ma anche in Cohen, con il quale Làvinas viene posto in stretta relazione) a mancare è proprio la necessaria vigilanza in merito alla differenza che sussiste tra il dio della tradizione e l'orizzonte nichilistico entro cui la modernità si dispiega. A svolgere il nesso che lega la questione posta dalla religione dei moderni al rapporto che la modernità intrattiene con quanto la precede è dedicato l'ultimo capitolo di questo libro. Qui vengono messe a confronto la teoria della secolarizzazione (esposta a partire dalle posizioni di Troeltsch, Overbeck e Vattimo) con le tesi di Hans Blumenberg, che di questa tesi fu fiero oppositore. Scopo di tale confronto è suggerire l'ipotesi che a rendere visibili gli ineliminabili tratti tragici del moderno sia precisamente l'oscillazione tra il desiderio di vivere la modernità come custodia e memoria di quelle tradizioni che hanno preceduto la modernità e il desiderio di trasformare quest'ultima nel luogo in cui avviene l'interminabile consumazione del mito.
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